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Test e analisi dell'acqua
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Francesco Avezzano
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Due test, due risultati, a quale valore devi credere?
Capita a chiunque abbia più di un modo per misurare lo stesso parametro. Il test a gocce dice una cosa, il fotometro ne dice un’altra, il referto del laboratorio ne dice una terza. La reazione istintiva è cercare il colpevole fra i tre. La reazione corretta è accorgersi che la domanda, formulata così, non ha risposta. In questo articolo costruiamo il confronto che serve per dare una risposta, con il protocollo operativo, i conti da fare e l’indicazione precisa di dove la letteratura scientifica tace.
Perché la domanda va riformulata prima di rispondere
Hai misurato i fosfati due volte. Il test a reagente ti ha restituito 0,03 mg/l, il fotometro 0,08 mg/l. Adesso vuoi sapere quale dei due ha ragione.
Nessuno dei due ha ragione. Entrambi hanno prodotto una stima, non il valore vero. Il valore vero della concentrazione in quella vasca, in quel momento, è una quantità che nessuno strumento restituisce mai. Quello che uno strumento restituisce è un numero che si discosta dal valore vero per due motivi distinti che si sommano, uno sistematico che si ripete sempre nella stessa direzione, uno casuale che cambia a ogni ripetizione.
Da due numeri isolati non esiste alcun calcolo, nessuna regola pratica, nessun criterio di buon senso che permetta di stabilire quale sia il più vicino al vero. Serve un terzo elemento esterno ai due. Questo è il punto che rende inutili nove confronti su dieci fra quelli che circolano nell’hobby, perché mettono a confronto due numeri senza portare in campo nulla di indipendente.
Il resto dell’articolo serve a procurarsi quel terzo elemento e a usarlo.

Giustezza e precisione sono due difetti diversi
La confusione nasce dalla parola accuratezza, usata nell’hobby come se indicasse una cosa sola. Nel vocabolario metrologico internazionale indica la vicinanza di un singolo risultato al valore di riferimento. Si scompone in due componenti che vanno misurate separatamente perché si correggono in modi opposti.
La giustezza descrive quanto la media di tante ripetizioni si avvicina al valore di riferimento. Non è misurabile in senso stretto, perché richiederebbe infinite ripetizioni, quindi in pratica se ne stima l’opposto, lo scostamento sistematico, confrontando la media ottenuta con un valore di riferimento noto. Uno scostamento si corregge con un fattore o con una taratura, perché è sempre lì, sempre nella stessa direzione.
La precisione descrive quanto i risultati di ripetizioni successive si somigliano fra loro. Si esprime come deviazione standard delle repliche. Non si corregge con un fattore, si riduce solo migliorando la procedura oppure facendo più misure e mediandole.
Uno strumento può essere precisissimo e completamente fuori bersaglio. Il tuo fotometro può restituirti 0,08 mg/l dieci volte di fila con una dispersione ridicola pur avendo uno scostamento del 60% perché la taratura è andata via. La costanza del numero non dice nulla sulla sua verità. Questa è la prima trappola. Si porta via moltissimi acquariofili scrupolosi.
La distinzione ha una gerarchia formale che regge tutto il resto. L’errore sistematico corrisponde qualitativamente alla giustezza e si quantifica come scostamento, l’errore casuale corrisponde alla precisione e si quantifica come misura di dispersione, l’errore totale corrisponde all’accuratezza e si quantifica come incertezza di misura. Quest’ultima è il numero che riassume tutto in una cifra sola. È quello che dovresti pretendere accanto a ogni risultato.
Quando tieni insieme le repliche dello stesso operatore, nello stesso giorno, con lo stesso strumento, quella dispersione si chiama ripetibilità. Quando cambi giorno, operatore, lotto di reagente o strumento restando nello stesso laboratorio, si chiama precisione intermedia. Quando cambi laboratorio, si chiama riproducibilità. Sono tre numeri diversi, crescenti in quest’ordine. Confonderli è il modo più rapido per convincersi che il proprio test è fantastico.
Come il problema è stato risolto fuori dall’acquariofilia
L’acquariofilia affronta questa faccenda da vent’anni a colpi di aneddoti. La chimica analitica, la medicina di laboratorio e l’oceanografia ci hanno sbattuto la testa molto prima, con in gioco diagnosi cliniche e serie storiche oceaniche, quindi hanno prodotto strumenti formali che possiamo prendere in prestito senza inventare nulla.
Nel 1986 due statistici medici pubblicarono sul Lancet una critica destinata a diventare la più citata della disciplina. Il bersaglio era l’abitudine di valutare l’accordo fra due metodi con il coefficiente di correlazione. La loro obiezione è semplice. Vale per il tuo confronto esattamente come valeva per gli sfigmomanometri. La correlazione misura quanto due serie si muovono insieme, non quanto coincidono. Due metodi in cui il secondo restituisce sempre il doppio del primo correlano in modo perfetto, con coefficiente 1, pur essendo lontanissimi.
La soluzione proposta è il grafico delle differenze, che mette sull’asse orizzontale la media dei due risultati sullo stesso campione, sull’asse verticale la loro differenza. Ne esce subito lo scostamento medio, cioè quanto un metodo legge sistematicamente più alto dell’altro. Si vede a colpo d’occhio se la differenza cambia al crescere della concentrazione.
Sul fronte normativo, la serie ISO 5725 ha fissato il lessico e i disegni sperimentali per stimare giustezza e precisione, il vocabolario internazionale di metrologia ha imposto definizioni comuni, la guida all’espressione dell’incertezza ha dato la matematica per propagare i contributi. Le linee guida di validazione dei metodi analitici hanno tradotto tutto questo in ricette operative, arrivando a includere una griglia specifica per decidere se un kit di prova è adatto allo scopo. Su quella griglia torniamo più avanti, perché è la cosa più direttamente utile a chi compra test.
Che cosa misura ciascuna delle tre tecnologie
Prima di confrontarle serve sapere che cosa fanno, perché due di queste tre non misurano affatto la stessa grandezza fisica. Questa è una delle sorgenti di disaccordo più sottovalutate.
Il test a reagente con lettura a occhio
Il principio è una reazione chimica che produce un colore proporzionale alla concentrazione, oppure un viraggio a un punto di equivalenza nel caso delle titolazioni come quella dell’alcalinità. L’operatore confronta il colore ottenuto con una scala stampata, oppure conta le gocce fino al viraggio.
Lo strumento di lettura, qui, sei tu. Il tuo occhio, la luce della stanza, il fondo su cui appoggi la provetta. La risoluzione è quantizzata dai gradini della scala o dal volume di una goccia, quindi il risultato non è una grandezza continua ma un valore incasellato. Se una goccia vale 0,1 dKH di alcalinità, quel test non può restituirti niente di più fine di 0,1 dKH. La differenza fra 8,25 e 8,3 dKH per lui semplicemente non esiste.
C’è un vantaggio che va riconosciuto. La titolazione volumetrica è una tecnica solida, trasparente nei suoi passaggi. Se il reagente titolante ha un titolo corretto il risultato ha una tracciabilità concettualmente pulita. Il problema non è il principio, sono le tolleranze dell’implementazione commerciale.
Il fotometro
Il fotometro esegue la stessa chimica del test a reagente ma sostituisce il tuo occhio con un fotodiodo e una sorgente a lunghezza d’onda definita. Misura quanta luce il campione assorbe, poi converte l’assorbanza in concentrazione.
La conversione si appoggia alla legge di Lambert-Beer, che lega l’assorbanza al cammino ottico e alla concentrazione. La definizione formale è severa sulle condizioni di validità, perché richiede radiazione collimata e monocromatica, mezzo omogeneo e isotropo, oltre a una banda spettrale stretta rispetto alle righe dello spettro. Tradotto in pratica, un campione torbido o con particelle in sospensione non è un mezzo omogeneo. Ogni particella che diffonde luce viene letta dal fotodiodo come assorbimento che non c’è.
Questo spiega una quota rilevante delle letture fotometriche assurdamente alte. Non è lo strumento che sbaglia, è il campione che non rispetta le condizioni in cui la legge vale.
La cuvetta merita un paragrafo suo. Il cammino ottico entra nella formula come fattore moltiplicativo diretto, quindi un’impronta, un graffio o una goccia sulla parete esterna alterano il risultato in modo proporzionale. Ruotare la cuvetta di novanta gradi fra la lettura dello zero e la lettura del campione, su cuvette non perfettamente cilindriche, introduce una differenza che l’utente attribuisce al reagente.
L’analisi di laboratorio
Con ICP si indica una famiglia di tecniche che nebulizzano il campione dentro un plasma di argon a temperatura altissima, dove gli atomi vengono eccitati o ionizzati. La variante a emissione ottica legge la luce emessa a lunghezze d’onda caratteristiche di ogni elemento, la variante a spettrometria di massa separa gli ioni per rapporto massa su carica. La seconda scende più in basso come sensibilità, la prima tollera meglio le matrici cariche.
Qui arriva il dato che raramente entra nella discussione acquariofila. I metodi normati di riferimento per i metalli in traccia nelle acque raccomandano di non superare lo 0,2% di solidi disciolti, perché oltre quella soglia il sale si deposita sui coni di interfaccia e riduce la trasmissione degli ioni, degradando il segnale. L’acqua di un reef sta intorno al 3,5%.
Il rapporto fra i due numeri è 17,5. Significa che l’acqua della tua vasca, per essere trattata secondo le raccomandazioni di quei metodi, va diluita almeno diciassette volte e mezzo, oppure sottoposta a separazione della matrice salina.
La conseguenza è aritmetica e nessuno la può aggirare. Se diluisci di diciassette volte, il limite di quantificazione espresso sul campione originale sale di diciassette volte. Un elemento che lo strumento quantifica a 1 µg/l in acqua pulita, nel tuo campione diventa quantificabile a partire da circa 17 µg/l. Per gli elementi presenti in concentrazioni basse il risultato finisce vicino alla soglia di quantificazione o sotto. Lì i numeri hanno un’incertezza relativa enorme pur restando stampati sul referto con due decimali.
Non sto dicendo che il laboratorio sbaglia. Sto dicendo che la sua superiorità non è uniforme su tutti gli analiti, oltre al fatto che il referto ti dà un numero anche quando quel numero ha un’incertezza che nessuno ti comunica.

Il confronto fra le tre tecnologie
| Criterio | Test a reagente | Fotometro | Laboratorio ICP |
|---|---|---|---|
| Grandezza letta | Colore o volume di titolante | Assorbanza a lunghezza d’onda definita | Emissione ottica oppure rapporto massa su carica |
| Chi legge il risultato | L’operatore | Il fotodiodo | Il rivelatore strumentale |
| Risoluzione tipica | Quantizzata dal gradino della scala o dalla goccia | Continua, limitata dalla risoluzione del convertitore | Continua |
| Influenza della torbidità | Bassa nelle titolazioni, alta nelle scale colorimetriche | Alta, la diffusione viene letta come assorbimento | Bassa sul segnale, alta sul nebulizzatore se ci sono particolati |
| Effetto della matrice salina | Dipende dalla chimica specifica del kit | Dipende dalla chimica specifica del kit | Forte, impone diluizione o separazione |
| Numero di analiti per misura | Uno | Uno | Decine in una sola corsa |
| Tempo dal prelievo al dato | Minuti | Minuti | Giorni, con il campione che invecchia |
| Ripetizione economica | Sì | Sì | No |
| Validazione indipendente dichiarata | Nessuna nel mercato acquariofilo | Nessuna nel mercato acquariofilo | Dipende dall’accreditamento del singolo laboratorio |
| Punto debole dominante | L’occhio e la mano dell’operatore | La cuvetta e la taratura | La diluizione della matrice e l’invecchiamento del campione |
La colonna che conta più di tutte è la penultima. Nel mercato acquariofilo marino non esiste una validazione comparativa indipendente e sottoposta a revisione fra pari dei singoli kit a reagente. Quello che esiste è la dichiarazione del produttore, più confronti amatoriali fra utenti. Sui servizi ICP dedicati all’hobby non esiste alcun circuito interlaboratorio accreditato secondo lo schema formale dei confronti di competenza, quindi i confronti pubblicati nelle community non hanno un valore di riferimento assegnato e non sono disegnati come prove valutative. Sono indizi, non prove. Chiunque ti presenti quei confronti come dato accertato sta sopravvalutando la propria fonte.
Quanto divergono le misure quando qualcuno le misura sul serio
Qui entriamo nei numeri verificati. Conviene partire dal caso più severo possibile, cioè due laboratori professionali che sbagliano poco.
Durante una campagna oceanografica due sistemi analitici indipendenti hanno analizzato gli stessi campioni a bordo della stessa nave. Sulle differenze medie il risultato è confortante, con scarti dell’ordine di pochi punti percentuali. Nelle acque superficiali, dove le concentrazioni sono basse, il quadro cambia. Nell’8% dei campioni di silicati sotto 3 µmol/l le differenze relative fra i due sistemi sono andate da 11% a 117%. Sui campioni sotto i 400 metri di profondità, dove le concentrazioni sono più alte, lo scarto medio è rientrato a 0,3%.
Tienilo presente ogni volta che confronti due misure di fosfati in una vasca tenuta bassa. Il tuo caso somiglia molto di più alle acque superficiali che a quelle profonde.
Sui kit a basso costo esiste uno studio recente che ha confrontato test da campo con metodi di laboratorio su acqua di fiume. Le strisce per i nitrati hanno dato accordo diretto nel 54% dei casi, salito al 66% tenendo conto dell’incertezza del laboratorio, con il 100% dei risultati comunque entro una casella di distanza. Le strisce per i fosfati si sono fermate al 14%, con il 52% dei risultati distante due caselle o più e una forte tendenza alla sottostima. Un fotometro portatile per i fosfati ha raggiunto il 62% di accordo, con coefficiente di determinazione 0,65.
La parte più istruttiva di quello studio non riguarda però gli strumenti. L’errore medio del fotometro è passato da ±0,011 mg/l fra 11 e 21 °C a ±0,048 mg/l a 5 °C, quindi si è più che quadruplicato per effetto della sola temperatura. Allungando il tempo di reazione a freddo, l’accordo è risalito dal 42% al 58%. Sulle strisce fosfati, portare il tempo di reazione da 0 a 3 minuti ha prodotto un miglioramento statisticamente significativo, con un ulteriore miglioramento prolungandolo a 10 minuti.
Temperatura e tempo di reazione sono procedura, non strumento. Sullo stesso identico strumento, cambiando solo come lo usi, la prestazione si è mossa di un fattore quattro. Questo è il motivo per cui la prima cosa da separare in un confronto è sempre l’errore di procedura.
Un dato va detto per intero. Quello studio è su acqua dolce di fiume, un altro confronto disponibile su sei kit commerciali riguarda stagni di acquacoltura. Nessuno dei due è acqua di mare da reef. Il meccanismo è trasferibile, i numeri assoluti no. Chiunque te li presenti come prestazioni attese dei kit marini sta facendo un salto logico che i dati non autorizzano.
Il protocollo di confronto, passo per passo
Adesso costruiamo la cosa concreta. L’obiettivo è arrivare a sapere due numeri, lo scostamento sistematico fra i metodi e la dispersione di ciascuno, poi capire se la differenza che vedi cambia quello che farai in vasca.
Primo, elimina la variabile campione
Un solo prelievo, in un unico contenitore pulito, mescolato, poi suddiviso in aliquote identiche. Le misure partono tutte nello stesso momento. Se hai misurato col test a gocce stamattina e col fotometro stasera, non stai confrontando due strumenti, stai confrontando due acque diverse, perché nel frattempo i coralli hanno consumato, il dosaggio ha aggiunto e lo schiumatoio ha lavorato.
Per il campione destinato al laboratorio la faccenda si complica, perché passeranno giorni. La manualistica oceanografica prescrive l’analisi dei nutrienti entro 24 ore dal prelievo, altrimenti richiede conservazione, segnalando fra l’altro che la silice reattiva polimerizza col congelamento, soprattutto a concentrazioni alte. Il campione che spedisci non è lo stesso che hai misurato in casa. Questa differenza va messa in conto prima di accusare il laboratorio.
Secondo, misura la dispersione di ciascun metodo da solo
Prima di confrontare, caratterizza. Prendi la stessa aliquota e misurala 10 volte con lo stesso metodo, stesso operatore, stessa sessione. Le linee guida di validazione indicano fra 6 e 15 repliche come intervallo ragionevole, con 10 come valore frequentemente raccomandato nei protocolli.
Calcola media e deviazione standard. Quella deviazione standard è la ripetibilità del tuo metodo così come lo usi tu, non come lo usa il produttore nel suo laboratorio. È il numero più utile che tirerai fuori da tutto l’esercizio, perché stabilisce la soglia sotto la quale due tue misure non sono distinguibili.
Se la ripetibilità del tuo test alcalinità è 0,15 dKH, la differenza fra 8,2 e 8,3 dKH è rumore. Puoi smettere di preoccupartene per sempre.
Ripeti la stessa cosa in giorni diversi, con lotti di reagente diversi se ne hai, per stimare la precisione intermedia. Sarà peggiore della ripetibilità, sempre. Quella è la dispersione reale con cui convivi.
Terzo, costruisci il confronto fra metodi
Servono campioni a concentrazioni diverse, non uno solo. Le linee guida indicano almeno 10 punti ben distribuiti sull’intervallo di interesse. In acquario li ottieni raccogliendo campioni in giorni diversi con parametri diversi, oppure preparando diluizioni controllate di acqua di vasca con acqua osmotica.
Su ogni campione misuri con entrambi i metodi, in parallelo. Poi calcoli la differenza fra i due risultati e la riporti contro la loro media. Se le differenze si distribuiscono attorno a un valore diverso da zero, hai trovato uno scostamento costante. Se la differenza cresce al crescere della concentrazione, hai uno scostamento proporzionale, che si corregge con un fattore moltiplicativo e non con una sottrazione.
Quello che non devi fare è mettere i due metodi sui due assi di un grafico, tracciare la retta, guardare il coefficiente di determinazione e dichiararti soddisfatto. Le stesse linee guida che descrivono quel grafico avvertono che la regressione ordinaria assume assenza di errore sull’asse orizzontale, cosa falsa per costruzione quando confronti due metodi che sbagliano entrambi. Il grafico delle differenze non ha quel problema.
Quarto, porta in campo il terzo elemento
Senza questo passaggio hai scoperto che i due metodi differiscono, non quale dei due si avvicina al vero.
L’opzione più pulita è un materiale di riferimento certificato, cioè un campione con un valore assegnato e un’incertezza dichiarata, preparato e caratterizzato da un ente terzo. Per l’alcalinità totale in acqua di mare questi materiali esistono e sono distribuiti alla comunità oceanografica in lotti con valore certificato. Non nascono per l’acquariofilia, ma la chimica è la stessa e il parametro è quello su cui si gioca la maggior parte delle discussioni.
La seconda opzione è l’aggiunta nota, cioè misurare il campione, aggiungere una quantità nota dell’analita, rimisurare e verificare quanto ne ritrovi. Il recupero percentuale ti dice se il metodo sta perdendo o guadagnando analita per effetto della matrice. Le stesse linee guida avvertono che l’analita aggiunto dall’esterno non si lega alla matrice come quello già presente, quindi il recupero da aggiunta tende a dare un’impressione ottimistica. È un limite noto, non una scusa per non farlo.
La terza opzione è il confronto con un metodo già caratterizzato, che è precisamente quello che fai quando mandi il campione a un laboratorio accreditato. Vale però solo nella misura in cui quel laboratorio dimostra la propria competenza secondo lo standard di riferimento per i laboratori di prova, partecipando a circuiti di confronto fra laboratori. Se non lo fa, stai solo aggiungendo un quarto numero non caratterizzato alla collezione.
Separare l’errore di procedura dalla differenza fra strumenti
Questa è la parte che nessuno fa. Risolve la maggior parte dei casi.
L’idea è presa dagli studi di robustezza, che valutano quanto una procedura mantiene prestazioni accettabili sotto piccole variazioni delle condizioni operative. Invece di subire le variabili, le cambi di proposito una per volta e guardi di quanto si muove il risultato.
Le variabili che contano in acquariofilia sono poche e sempre le stesse. Il tempo di reazione, che lo studio sui kit da campo ha mostrato capace di spostare l’accordo di sedici punti percentuali. La temperatura del campione, che sullo stesso fotometro ha quadruplicato l’errore medio scendendo a 5 °C. Il volume effettivo prelevato, che con una siringa graduata male si porta via una percentuale fissa su ogni misura. La pulizia della cuvetta, che entra direttamente nel cammino ottico. Il lotto di reagente, che cambia fra una confezione e l’altra. La luce ambiente nella lettura visiva, che sposta la percezione del colore in modo che nessuno nota mentre lo sta facendo.
Il modo di procedere è brutale nella sua semplicità. Fissi tutto, cambi una sola variabile, ripeti la misura più volte, guardi se lo spostamento supera la ripetibilità che hai misurato al secondo passaggio. Se la supera, quella variabile è critica per te e va tenuta sotto controllo. Se non la supera, smetti di preoccupartene.
Alla fine di questo esercizio sai quanta parte della differenza fra i tuoi due metodi è tua e quanta è loro. Nella mia esperienza, su vasca e con acquariofili che si considerano metodici, la quota di procedura è quasi sempre maggiore di quanto chiunque si aspetti prima di misurarla.
Quanto errore è accettabile
Domanda legittima, risposta scomoda. Non esiste una soglia pubblicata di errore tollerabile sui parametri di un reef derivata dalla fisiologia dei coralli. Le cifre che girano nell’hobby, del tipo mezzo grado di alcalinità conta oppure non conta, sono consenso di community, non risultati di esperimenti fisiologici controllati. Chiunque te le presenti come dato accertato sta facendo un passo che i dati non sostengono.
Quello che si può fare, con solido fondamento metodologico, è ribaltare la domanda. Non chiedere quanto errore è tollerabile in assoluto, chiedi quanto errore cambia la tua decisione.
Questo approccio ha un precedente serio. Uno studio su vasche di acquacoltura ha confrontato sei kit commerciali, fra cui un test a reagente noto anche in ambito reef, valutando non la coincidenza dei numeri ma la concordanza della decisione gestionale, misurata con la statistica kappa di Cohen. Il risultato è stato accordo pieno, con kappa pari a 1, fra kit e metodi standard per ossigeno disciolto e durezza totale, con disaccordo concentrato sui nitrati letti con le strisce. Gli autori concludono che i kit risultano adatti all’uso purché mantenuti correttamente e usati seguendo le istruzioni del produttore.
Portalo in vasca. Se il tuo test dice 7,8 dKH e il fotometro dice 8,1 dKH, con la tua risposta che in entrambi i casi resta non toccare niente, la differenza è irrilevante per te. Se il test dice 6,9 dKH e il fotometro dice 8,1 dKH, uno dei due ti fa alzare il dosaggio e l’altro no, quindi la differenza conta e va risolta prima di agire. La soglia di tolleranza nasce dalla decisione, non da un numero universale che non esiste.
Un riferimento esterno per capire l’ordine di grandezza. Per il lavoro in oceano aperto sui nutrienti, il programma internazionale di riferimento punta a un’accuratezza dell’1%, con coerenza interna dei dati nell’ordine dell’1 o 3% ottenuta attraverso controlli di qualità secondari. Quella è l’asticella di chi misura per costruire serie storiche decennali con strumentazione dedicata. Non è la tua asticella, serve solo a darti la scala del problema.
Dove il confronto si rompe, cioè vicino allo zero
Tutto quello che abbiamo detto funziona finché le concentrazioni stanno comodamente sopra il limite di quantificazione dei metodi confrontati. Sotto, la logica si inverte.
Il limite di rilevabilità è la concentrazione minima distinguibile dal bianco con ragionevole confidenza. Il limite di quantificazione è la concentrazione minima sopra la quale il numero ha un’incertezza accettabile. Fra i due c’è una fascia in cui lo strumento ti dice che qualcosa c’è, senza poterti dire quanto.
Nella pratica reef questa fascia è esattamente dove vivono i parametri più discussi. Fosfati tenuti bassi, nitrati in vasche ultrapovere, elementi in traccia sul referto ICP dopo la diluizione della matrice. Lì due metodi possono differire del 100% senza che nessuno dei due stia funzionando male, perché entrambi stanno lavorando dove non sono fatti per lavorare.
Lo studio sui kit da campo lo mostra in modo esplicito. Circa il 32% dei campioni letti col fotometro per fosfati e il 43% di quelli letti con le strisce sono finiti sotto il limite di rilevabilità del laboratorio stesso. Il laboratorio non poteva fare da arbitro, perché non vedeva neanche lui.
La regola pratica che ne deriva è questa. Quando entrambi i valori sono vicini a zero, smetti di confrontarli e comincia a guardare la tendenza su più misure ripetute nel tempo. La direzione è ancora informativa quando il valore singolo non lo è più.
Come scegliere un kit prima ancora di comprarlo
Le linee guida di validazione includono una griglia formale per valutare un kit di prova, pensata per laboratori ma perfettamente leggibile da un acquariofilo. Le domande che pone sono quelle che nessun catalogo di negozio si preoccupa di girare al produttore.
Qual è l’analita che il kit misura. Coincide con quello che ti interessa. Per quale matrice è stato sviluppato, la tua acqua di mare le somiglia. Qual è l’intervallo di lavoro, i tuoi valori ci stanno dentro oppure vivono al bordo inferiore. Il kit è stato validato, da chi, dal produttore oppure da un ente indipendente con accreditamento riconosciuto. Esiste un rapporto di validazione consultabile. Quali caratteristiche di prestazione sono state valutate, con giustezza e precisione fra queste. Il produttore dichiara limitazioni d’uso. Esistono interferenze note. Vengono forniti calibratori o campioni di controllo, con valori tracciabili a un riferimento. Qual è la data di scadenza. Quali sono le condizioni di conservazione.
Prova a compilare questa griglia con i dati di un kit acquariofilo qualunque. Vedrai che a metà delle domande non esiste risposta pubblica. Alla domanda sulla validazione indipendente la risposta onesta oggi è no per tutto il mercato. Non è un’accusa a un marchio, è una caratteristica strutturale di un settore che vende a un pubblico che non chiede quei documenti.
Tenere vivo il confronto nel tempo
Un confronto fatto una volta descrive il giorno in cui l’hai fatto. I reagenti invecchiano, le sorgenti luminose dei fotometri derivano, le siringhe si allargano.
La soluzione che usano i laboratori è banale e nessuno la applica in vasca. Tieni un campione di controllo stabile, misuralo a ogni sessione, annota il valore in una tabella con la data. Dopo venti misure hai una serie storica del tuo strumento su un campione che non cambia. Ogni deriva lenta diventa evidente prima che ti mandi fuori strada. Ogni salto improvviso ti dice che è successo qualcosa, tipicamente un lotto nuovo di reagente.
Per l’alcalinità il candidato naturale è acqua di mare artificiale preparata con un sale di cui conosci la composizione dichiarata, conservata al buio in contenitore chiuso. Non è certificata, quindi non ti dà giustezza, ma ti dà stabilità, che per il controllo della deriva è quello che serve. Se vuoi anche la giustezza servono i materiali certificati.
Come si incastra con il resto della gestione
Il confronto fra metodi non è un esercizio separato dalla conduzione della vasca, cambia il modo in cui leggi il tuo sistema di dosaggio.
Se usi un metodo di integrazione bilanciato, il consumo giornaliero di alcalinità è il tuo sensore biologico principale. Quel consumo lo calcoli come differenza fra due misure successive, quindi la sua incertezza è più grande di quella di una misura singola. Due misure ciascuna con dispersione di 0,1 dKH producono una differenza con dispersione intorno a 0,14 dKH, perché gli scarti si compongono in quadratura. Se il consumo che stai inseguendo è dello stesso ordine, stai inseguendo rumore.
Lo stesso vale per i referti ICP letti in sequenza. Due referti a distanza di un mese che mostrano uno stronzio passato da un valore all’altro possono descrivere una variazione reale oppure la dispersione del metodo. Senza conoscere la riproducibilità del laboratorio su quell’elemento in quella matrice, non hai modo di distinguere. La domanda corretta da porre a un servizio di analisi non è quanto costa, è quale incertezza dichiara sul singolo analita.
Per chi ha senso fare questo lavoro
Non per tutti. Sarebbe scorretto sostenere il contrario.
Chi conduce una vasca stabile, con animali che stanno bene, senza dosaggi aggressivi, non ha bisogno di caratterizzare i propri strumenti. Gli basta un metodo solo, usato sempre allo stesso modo, che rilevi le tendenze. La coerenza interna gli serve più della giustezza assoluta.
Chi dosa attivamente, chi insegue parametri stretti, chi ha avuto un episodio di sofferenza inspiegabile, chi si trova con due fonti di dato in disaccordo e deve decidere, ha bisogno di sapere che cosa misurano i suoi strumenti. Il protocollo descritto qui richiede una serata per la parte di ripetibilità e qualche settimana di raccolta per la parte di confronto. È tempo, non denaro.
Chi produce contenuti, gestisce impianti di terzi o vende servizi di consulenza dovrebbe considerarlo un requisito minimo, perché presentare numeri senza conoscerne la dispersione è una forma di imprecisione che nel nostro settore passa troppo facilmente.
Errori comuni in un confronto fra metodi
Il primo è confrontare misure fatte in momenti diversi. Ne abbiamo già parlato, resta il più frequente.
Il secondo è confrontare una misura sola per metodo. Una misura non ha dispersione, quindi non puoi sapere se la differenza che vedi è sistematica oppure è capitata per caso quel giorno.
Il terzo è usare il coefficiente di correlazione come prova di accordo. Ne abbiamo parlato. Continua a comparire ovunque.
Il quarto è assumere che il metodo più costoso sia quello giusto. Il costo paga sensibilità, numero di analiti e comodità. Non paga automaticamente giustezza sulla tua matrice.
Il quinto è cambiare due cose insieme quando cerchi la causa di una discrepanza. Se cambi lotto di reagente e temperatura nella stessa sessione, qualunque cosa succeda non saprai attribuirla.
Il sesto è correggere lo scostamento senza averlo caratterizzato su più concentrazioni. Applicare un fattore trovato a 8 dKH a una lettura a 12 dKH funziona solo se lo scostamento è proporzionale, cosa che sai solo se hai i dieci punti.
Il settimo è fidarsi della cifra stampata sul referto senza chiedersi se quell’analita, a quella concentrazione, dopo quella diluizione, stia sopra il limite di quantificazione.
Approfondimento, la matematica che serve
Per chi vuole fare i conti per bene, tre strumenti bastano.
Il primo è la deviazione standard delle repliche, che calcoli sulle tue dieci misure ripetute. Da questa ricavi anche la differenza critica fra due misure singole dello stesso metodo, che nella formulazione delle linee guida di validazione si costruisce moltiplicando la deviazione standard di ripetibilità per la radice di due, per il valore della distribuzione di Student ai gradi di libertà che hai, al livello di confidenza scelto. Sotto quella soglia due misure non sono distinguibili.
Il secondo è la composizione in quadratura degli scarti quando calcoli una differenza o una somma. La deviazione standard del risultato è la radice della somma dei quadrati delle deviazioni standard dei termini. È il conto che rende evidente perché i consumi giornalieri sono così rumorosi.
Il terzo è la stima dello scostamento come differenza fra medie, che esprimi in valore assoluto oppure come percentuale rispetto al valore di riferimento. Con dieci repliche su un materiale di riferimento hai già una stima utilizzabile. Le linee guida indicano proprio dieci come numero di riferimento per questa prova.
Un’ultima nota tecnica. Se vuoi spingerti a stimare la retta di regressione fra due metodi, esistono tecniche che tengono conto dell’errore su entrambi gli assi. Gli standard di confronto fra procedure di misura in ambito clinico le descrivono. Sono più corrette della regressione ordinaria. Per l’uso acquariofilo, però, il grafico delle differenze ti dà il 90% dell’informazione con il 10% della fatica.
Che cosa cambia per gli animali
Vale la pena chiudere il cerchio sul motivo per cui ci stiamo occupando di statistica in un articolo di acquariofilia.
I coralli non rispondono al numero sul tuo test, rispondono alla chimica dell’acqua. Un errore sistematico costante è meno pericoloso di quanto sembri, perché se il tuo test legge sempre 1 dKH in meno e tu hai costruito la tua gestione su quelle letture, gli animali vivono in una chimica stabile che tu chiami con il nome sbagliato. Fastidioso quando confronti con altri, quasi innocuo per la vasca.
L’errore casuale grande è il problema serio, perché ti fa inseguire variazioni che non esistono. Alzi il dosaggio perché la lettura è scesa, poi lo abbassi perché è risalita. La sola instabilità reale nel sistema finisce per essere quella che hai introdotto tu correggendo il rumore. Questo meccanismo l’ho visto abbastanza volte da considerarlo una delle cause più comuni di vasche che non si stabilizzano mai, pur essendo gestite da persone attente.
Va detto con precisione fin dove arriva il fondamento. Che l’instabilità chimica sia dannosa per i coralli è ampiamente condiviso, ma non esiste una quantificazione pubblicata che leghi una specifica ampiezza di oscillazione indotta da errore di misura a uno specifico effetto fisiologico misurato su coralli ornamentali. Il meccanismo è plausibile e coerente con quello che sappiamo, la catena causale completa non è stata misurata. Dirti il contrario sarebbe comodo, sarebbe anche falso.
Conclusione
Quando due test danno due risultati diversi, la cosa più utile che puoi fare è smettere di cercare il vincitore. Nessuno dei due numeri è il valore vero, entrambi sono stime con un proprio scostamento e una propria dispersione. Servono almeno dieci misure ripetute per sapere quanto vale la dispersione di ciascuno.
Poi, quasi sempre, il vero colpevole non è nessuno dei due strumenti. È il campione misurato in due momenti diversi, la temperatura di venti gradi differenti fra una sessione e l’altra, il tempo di reazione tirato via, la cuvetta con l’impronta del pollice. La letteratura sui kit da campo mostra un errore medio che si quadruplica per la sola temperatura sullo stesso identico strumento. Prima di accusare il fotometro, verifica la tua mano.
Quando invece la differenza sopravvive a tutti i controlli di procedura, allora è reale. A quel punto serve un riferimento esterno per sapere da che parte sta. Materiale certificato, aggiunta nota, oppure un laboratorio che dimostri la propria competenza secondo gli standard di settore e partecipi a confronti fra laboratori. Senza quel terzo elemento puoi documentare che i due metodi differiscono, non stabilire quale abbia ragione.
Io tengo due metodi in parallelo sull’alcalinità da anni, caratterizzati una volta sola, in una serata. Da allora so che sotto 0,15 dKH non devo guardare la differenza. Quella conoscenza mi ha risparmiato più interventi sbagliati di qualunque acquisto di attrezzatura nuova.
Resta un’ultima cosa da dire. È la meno comoda. Nel mercato acquariofilo marino non esiste, a oggi, una validazione comparativa indipendente e sottoposta a revisione fra pari dei kit a reagente, né un circuito interlaboratorio accreditato sui servizi di analisi dedicati all’hobby. Tutto quello che circola come classifica di affidabilità è consenso di community. Utile come indizio, inadatto come prova. Finché quel vuoto resta, l’unica caratterizzazione affidabile dei tuoi strumenti è quella che fai tu.
FAQ
Se il test a gocce e il fotometro non coincidono, quale butto via?
Nessuno dei due, almeno non prima di aver capito perché differiscono. La differenza può nascere da uno scostamento sistematico di uno dei due, dalla dispersione casuale di entrambi, oppure dal fatto che hai misurato due acque diverse in due momenti diversi. Le tre cause si distinguono solo ripetendo le misure sulla stessa aliquota nello stesso momento.
Quante volte devo ripetere una misura per sapere se il mio test è preciso?
Le linee guida di validazione dei metodi analitici indicano fra 6 e 15 repliche, con 10 come valore frequentemente raccomandato nei protocolli. Sotto le 6 la stima della deviazione standard è troppo instabile per servire a qualcosa. Fallo una volta sola, in una serata, sulla stessa aliquota.
Il fotometro è sempre meglio del test a gocce?
No. Il motivo è che il fotometro elimina una fonte di errore introducendone altre. Elimina il tuo occhio, quindi la lettura diventa riproducibile. Introduce però la dipendenza dalla cuvetta, dalla taratura e dalla limpidezza del campione, perché la legge su cui si basa richiede un mezzo omogeneo e ogni particella che diffonde luce viene letta come assorbimento inesistente. Sulle titolazioni volumetriche, come l’alcalinità, un test a reagente fatto bene regge il confronto senza problemi.
L’analisi di laboratorio è la verità?
È un’altra stima, con incertezza di solito minore ma non nulla, per giunta non uniforme su tutti gli analiti. Nella campagna oceanografica in cui due sistemi professionali hanno analizzato gli stessi campioni a bordo della stessa nave, nell’8% dei campioni di silicati sotto 3 µmol/l le differenze relative sono andate da 11% a 117%. Alle basse concentrazioni anche i laboratori seri divergono.
Perché il laboratorio deve diluire il mio campione?
Perché i metodi normati di riferimento per i metalli in traccia nelle acque raccomandano di non superare lo 0,2% di solidi disciolti, oltre il quale il sale si deposita sui coni di interfaccia e degrada il segnale. L’acqua di un reef sta intorno al 3,5%, quindi serve un fattore di diluizione di almeno 17,5 volte oppure una separazione della matrice salina.
La diluizione peggiora qualcosa?
Sì, alza il limite di quantificazione riferito al campione originale dello stesso fattore. Un elemento quantificabile a 1 µg/l in acqua pulita, dopo una diluizione di diciassette volte, nel tuo campione diventa quantificabile a partire da circa 17 µg/l. Sotto quella soglia il numero compare comunque sul referto, con un’incertezza relativa che nessuno ti comunica.
Posso confrontare una misura fatta stamattina con una fatta stasera?
No. Fra i due momenti i coralli hanno consumato, il dosaggio ha aggiunto, lo schiumatoio ha lavorato. Stai confrontando due acque, non due strumenti. Il confronto richiede un prelievo unico, mescolato, suddiviso in aliquote identiche, con le misure avviate nello stesso momento.
Il campione che spedisco al laboratorio è ancora quello che ho misurato in casa?
Non esattamente. Va messo in conto prima di accusare chiunque. La manualistica oceanografica prescrive l’analisi dei nutrienti entro 24 ore dal prelievo, altrimenti richiede conservazione, segnalando fra l’altro che la silice reattiva polimerizza col congelamento, soprattutto ad alte concentrazioni.
Quanto conta la temperatura del campione?
Molto più di quanto chiunque si aspetti. Nello studio sui kit colorimetrici da campo, lo stesso fotometro per fosfati è passato da un errore medio di ±0,011 mg/l fra 11 e 21 °C a ±0,048 mg/l a 5 °C. Più di quattro volte peggio, senza cambiare strumento né reagente.
E il tempo di reazione?
Stessa storia. Nello stesso studio, portare il tempo di reazione delle strisce fosfati da 0 a 3 minuti ha prodotto un miglioramento statisticamente significativo, con ulteriore miglioramento a 10 minuti. Sul fotometro a 5 °C, prolungare l’attesa ha fatto salire l’accordo col laboratorio dal 42% al 58%.
Il coefficiente di determinazione alto significa che i due metodi concordano?
No. Questo è l’errore più diffuso. La correlazione misura se due serie si muovono insieme, non se coincidono. Un metodo che restituisce sempre il doppio dell’altro correla in modo perfetto pur essendo completamente distante. Serve il grafico delle differenze contro la media, non la retta di regressione.
Come capisco se lo scostamento è costante o proporzionale?
Guardando il grafico delle differenze su almeno dieci campioni a concentrazioni diverse. Se le differenze restano attorno allo stesso valore su tutto l’intervallo, lo scostamento è costante e si corregge sottraendo. Se crescono al crescere della concentrazione, è proporzionale e si corregge con un fattore moltiplicativo.
Che cos’è un materiale di riferimento certificato?
Un campione con un valore assegnato e un’incertezza dichiarata, preparato e caratterizzato da un ente terzo. Serve perché è l’unico modo di stabilire quale dei due metodi sbaglia di più, invece di limitarsi a constatare che differiscono. Per l’alcalinità totale in acqua di mare esistono materiali certificati distribuiti alla comunità oceanografica in lotti identificati.
Posso usare l’acqua di mare naturale come riferimento?
No, perché non ha un valore certificato. Puoi usarla come campione di controllo stabile per seguire la deriva del tuo strumento nel tempo, che è una cosa diversa e comunque utile. Stabilità non è giustezza.
Serve calibrare il fotometro a ogni sessione?
Serve azzerarlo sul bianco a ogni sessione, sempre, perché è il riferimento su cui poggia la lettura. La taratura vera e propria sui calibratori dipende dallo strumento e dalla sua deriva documentata. Un campione di controllo misurato a ogni sessione ti dice da solo quando la taratura è andata via.
Perché due referti dello stesso servizio a un mese di distanza danno un elemento in traccia diverso?
Può essere una variazione reale oppure la dispersione del metodo. Senza conoscere la riproducibilità dichiarata dal laboratorio su quell’elemento in quella matrice, dopo quella diluizione, non hai modo di distinguere le due cose. La domanda giusta da fare a un servizio di analisi riguarda l’incertezza sul singolo analita, non il prezzo.
Le strisce reattive hanno un uso legittimo?
Come indicatori di soglia sì, come strumenti quantitativi molto meno. Nello studio sui kit da campo le strisce nitrati hanno dato accordo diretto del 54% con il laboratorio, con il 100% dei risultati comunque entro una casella, mentre le strisce fosfati si sono fermate al 14% con il 52% dei risultati distante due caselle o più e una forte tendenza alla sottostima. Per sapere se un valore è alto o basso vanno bene, per sapere quanto no.
Quanti punti servono per un confronto fra metodi?
Le linee guida indicano almeno dieci punti ben distribuiti sull’intervallo di interesse. Un punto solo non permette di distinguere uno scostamento costante da uno proporzionale, né di capire se la differenza che vedi è sistematica oppure è capitata quel giorno.
Devo fidarmi dei confronti fra kit e fra laboratori pubblicati nelle community?
Vanno letti come indizi, non come prove. Non esiste alcuna validazione comparativa indipendente e sottoposta a revisione fra pari dei kit a reagente del mercato acquariofilo marino. Non esiste alcun circuito interlaboratorio accreditato secondo lo schema formale dei confronti di competenza fra i servizi di analisi dedicati all’hobby. Quei confronti non hanno un valore di riferimento assegnato e non sono disegnati come prove valutative.
Quanto errore posso accettare sull’alcalinità?
Non esiste una soglia pubblicata derivata dalla fisiologia dei coralli. Chiunque te ne proponga una come dato accertato sta andando oltre i dati disponibili. La domanda utile è un’altra, cioè se la differenza fra i due valori cambia la tua decisione. Se entrambi ti portano a non toccare niente, è irrilevante. Se uno ti fa alzare il dosaggio e l’altro no, va risolta prima di agire.
Perché i valori vicini a zero sono i più litigiosi?
Perché sotto il limite di quantificazione lo strumento può dirti che qualcosa c’è senza poterti dire quanto. Nello studio sui kit da campo, circa il 32% dei campioni letti col fotometro per fosfati e il 43% di quelli letti con le strisce sono finiti sotto il limite di rilevabilità del laboratorio stesso. In quella zona confronta le tendenze su più misure, non i valori singoli.
La cuvetta va risciacquata con acqua osmotica o con il campione?
Con il campione, dopo il lavaggio, per evitare che i residui della risciacquatura diluiscano la misura. Conta più di tutto il resto asciugare bene la parete esterna e maneggiarla dai bordi, perché il cammino ottico entra nella formula come fattore diretto e un’impronta si traduce in errore proporzionale.
Un test che restituisce sempre lo stesso numero è affidabile?
È preciso, cosa diversa dall’essere giusto. Può ripetere dieci volte di fila un valore con dispersione minima e avere uno scostamento sistematico grande perché la taratura è andata via o il reagente ha un titolo sbagliato. La costanza del numero non dice nulla sulla sua vicinanza al valore vero.
Conviene mediare i risultati di due metodi diversi?
No, se uno dei due ha uno scostamento sistematico, perché la media eredita metà di quello scostamento senza che tu sappia da dove arriva. Mediare ha senso fra repliche dello stesso metodo, dove riduce la componente casuale. Fra metodi diversi serve prima capire chi sbaglia e di quanto.
Il laboratorio deve essere accreditato?
L’accreditamento secondo lo standard internazionale per la competenza dei laboratori di prova è il modo formale con cui un laboratorio dimostra di sapere quello che fa. La partecipazione a confronti fra laboratori secondo lo schema dei confronti di competenza è il modo con cui lo verifica nel tempo. Un laboratorio che non fa né l’una né l’altra cosa sta aggiungendo un numero non caratterizzato alla tua collezione.
Come preparo dieci campioni a concentrazioni diverse senza un laboratorio?
Due strade. Raccogli campioni in giorni diversi, quando i parametri della vasca sono naturalmente diversi, coprendo nel frattempo la variabilità reale del tuo sistema. Oppure prepari diluizioni controllate di acqua di vasca con acqua osmotica, annotando i rapporti, per ottenere una scala di concentrazioni note in proporzione anche senza conoscerne il valore assoluto.
Se correggo il mio test con un fattore, quanto dura quella correzione?
Fino al prossimo lotto di reagente, al prossimo cambio di condizioni operative o alla prossima deriva dello strumento. Per questo un confronto fatto una volta sola descrive il giorno in cui l’hai fatto. Un campione di controllo misurato a ogni sessione, annotato con la data, ti segnala da solo quando la correzione non vale più.
Box pratici
Il protocollo in una pagina
Preleva una volta sola, in un contenitore pulito, mescola bene. Suddividi in aliquote identiche. Avvia tutte le misure nello stesso momento, con la stessa temperatura del campione e lo stesso tempo di reazione dichiarato dal produttore, cronometrato invece che stimato a occhio. Prima di confrontare, misura dieci volte la stessa aliquota con ciascun metodo e calcola media e deviazione standard, ottenendo la ripetibilità reale di quel metodo nelle tue mani. Poi raccogli almeno dieci campioni a concentrazioni diverse, misurali con entrambi i metodi in parallelo, calcola la differenza su ogni coppia e riportala contro la media dei due valori. Se le differenze si distribuiscono attorno a un valore diverso da zero hai uno scostamento costante, se crescono con la concentrazione hai uno scostamento proporzionale. Infine porta in campo un riferimento esterno, materiale certificato oppure aggiunta nota, altrimenti sai che i due metodi differiscono ma non quale si avvicini al vero.
Le sei variabili di procedura da fissare
Il tempo di reazione, cronometrato e identico a ogni misura. La temperatura del campione, portata sempre allo stesso valore prima di iniziare. Il volume prelevato, con siringa o pipetta verificate almeno una volta pesando l’acqua erogata. La pulizia della cuvetta, asciutta all’esterno, maneggiata dai bordi, orientata sempre nello stesso verso. Il lotto di reagente, annotato, con una misura di controllo ogni volta che ne apri uno nuovo. La luce ambiente nella lettura visiva, sempre la stessa, su fondo bianco.
Quando fermarsi e cosa concludere
| Situazione osservata | Conclusione | Azione |
|---|---|---|
| Differenza sotto la ripetibilità di entrambi i metodi | I due metodi non sono distinguibili | Usane uno solo, sempre lo stesso |
| Differenza costante su tutto l’intervallo | Scostamento sistematico costante | Correggi per sottrazione dopo verifica con riferimento |
| Differenza che cresce col valore | Scostamento proporzionale | Correggi con un fattore, mai per sottrazione |
| Differenza che compare solo sotto certi valori | Stai lavorando vicino al limite di quantificazione | Abbandona il confronto puntuale, guarda le tendenze |
| Differenza che cambia fra sessioni | Variabile di procedura fuori controllo | Fissa una variabile per volta e ripeti |
Gli errori che invalidano tutto il lavoro
Misurare in momenti diversi. Fare una misura sola per metodo. Usare il coefficiente di determinazione come prova di accordo. Cambiare due variabili nella stessa sessione mentre cerchi la causa. Applicare un fattore di correzione trovato a una sola concentrazione. Assumere che il metodo più caro sia quello giusto.
La domanda da fare a un servizio di analisi
Quale incertezza dichiarate sul singolo analita, a quella concentrazione, in matrice di acqua di mare, dopo la diluizione che applicate. Se la risposta non arriva, il numero sul referto resta un numero, non un dato caratterizzato.
Glossario
Accuratezza vicinanza di un singolo risultato al valore di riferimento. Si scompone in giustezza e precisione. Nella pratica moderna si riassume in una sola cifra con l’incertezza di misura.
Giustezza vicinanza della media di infinite ripetizioni al valore di riferimento. Non si misura direttamente, se ne stima l’opposto attraverso lo scostamento.
Scostamento sistematico differenza fra la media dei risultati e un valore di riferimento noto. Si ripete sempre nella stessa direzione, quindi si corregge.
Precisione vicinanza dei risultati di ripetizioni successive fra loro, espressa come deviazione standard delle repliche. Non si corregge con un fattore, si riduce migliorando la procedura o mediando più misure.
Ripetibilità dispersione delle repliche fatte dallo stesso operatore, nella stessa sessione, con lo stesso strumento. È il numero più piccolo fra le misure di dispersione.
Precisione intermedia dispersione delle repliche fatte nello stesso laboratorio cambiando giorno, operatore, lotto di reagente o strumento. Sempre peggiore della ripetibilità.
Riproducibilità dispersione delle misure fatte in laboratori diversi. La peggiore delle tre. È quella che governa il confronto fra un tuo test e un referto esterno.
Incertezza di misura parametro che quantifica la dispersione dei valori ragionevolmente attribuibili alla grandezza misurata, riassumendo in una cifra sola sia la componente sistematica corretta sia quella casuale.
Limite di rilevabilità concentrazione minima distinguibile dal bianco con ragionevole confidenza. Sopra di essa lo strumento sa che qualcosa c’è.
Limite di quantificazione concentrazione minima sopra la quale il numero restituito ha un’incertezza accettabile. Fra rilevabilità e quantificazione esiste una fascia in cui il dato è qualitativo.
Materiale di riferimento certificato campione con valore assegnato e incertezza dichiarata, caratterizzato da un ente terzo. È il terzo elemento che permette di stabilire chi sbaglia di più fra due metodi.
Aggiunta nota tecnica che consiste nel misurare un campione, aggiungere una quantità nota di analita, rimisurare e calcolare quanta ne ritrovi. Il recupero percentuale segnala perdite o guadagni dovuti alla matrice.
Grafico delle differenze rappresentazione che mette la differenza fra i risultati di due metodi contro la loro media. Mostra lo scostamento medio e l’eventuale dipendenza della differenza dalla concentrazione.
Legge di Lambert-Beer relazione che lega l’assorbanza al cammino ottico e alla concentrazione, valida per radiazione collimata e monocromatica in un mezzo omogeneo e isotropo, con banda spettrale stretta rispetto alle righe dello spettro.
Assorbanza logaritmo del rapporto fra potenza radiante incidente e trasmessa. È la grandezza che il fotometro misura prima di convertirla in concentrazione.
Cammino ottico spessore di campione attraversato dalla luce, fissato dalla geometria della cuvetta. Entra nella formula come fattore moltiplicativo diretto.
ICP plasma accoppiato induttivamente, sorgente di argon ad altissima temperatura in cui il campione viene nebulizzato. Nella variante a emissione ottica si legge la luce emessa, nella variante a spettrometria di massa si separano gli ioni per rapporto massa su carica.
Solidi disciolti totali concentrazione complessiva delle sostanze disciolte, che nei metodi normati per i metalli in traccia è raccomandato restare sotto lo 0,2% per non degradare il segnale strumentale.
Robustezza capacità di una procedura di mantenere prestazioni accettabili sotto piccole variazioni delle condizioni operative. Si valuta cambiando di proposito una variabile per volta.
Kappa di Cohen statistica che misura la concordanza fra due valutazioni al netto dell’accordo dovuto al caso. Applicata ai test, misura se due metodi portano alla stessa decisione, non se restituiscono lo stesso numero.
Composizione in quadratura regola secondo cui la deviazione standard di una somma o di una differenza è la radice della somma dei quadrati delle deviazioni standard dei termini. Spiega perché i consumi giornalieri sono più rumorosi delle misure da cui derivano.
Riferimenti
Definizioni metrologiche e trattamento dell’incertezza.
Vocabolario internazionale di metrologia, JCGM 200 edizione 2012, BIPM
Guida all’espressione dell’incertezza di misura, JCGM 100 edizione 2008, BIPM
ISO 5725-2 edizione 2019, determinazione di ripetibilità e riproducibilità di un metodo normalizzato
Validazione dei metodi e confronto fra procedure di misura.
Eurachem, The Fitness for Purpose of Analytical Methods, terza edizione 2025
Eurachem e CITAC, Quantifying Uncertainty in Analytical Measurement, guida CG4
Copia integrale del lavoro di Bland e Altman resa disponibile dall’autore, University of York
CLSI EP09, Measurement Procedure Comparison and Bias Estimation Using Patient Samples
Competenza dei laboratori e confronti fra laboratori.
ISO/IEC 17025 edizione 2017, requisiti generali per la competenza dei laboratori di prova e taratura
ISO/IEC 17043 edizione 2023, requisiti per la competenza dei fornitori di prove valutative
Metodi analitici strumentali e limiti di matrice.
IUPAC Gold Book, definizione della legge di Lambert-Beer e relative condizioni di validità
Dati sperimentali di confronto fra metodi e fra laboratori.
Materiali di riferimento per l’acqua di mare.
Dove le fonti non arrivano. Sull’affidabilità comparata dei singoli kit a reagente del mercato acquariofilo marino, oltre che sull’accuratezza comparata dei servizi di analisi dedicati all’hobby, non esistono studi indipendenti sottoposti a revisione fra pari né circuiti di confronto accreditati. I due studi quantitativi citati riguardano acqua dolce di fiume e stagni di acquacoltura, quindi il meccanismo è trasferibile all’acqua di mare ma i valori assoluti no. Sulla relazione fra ampiezza delle oscillazioni indotte da errore di misura ed effetti fisiologici misurati sui coralli ornamentali non esiste una quantificazione pubblicata, quindi quanto scritto qui su quel punto resta un’ipotesi meccanicistica coerente, non un dato accertato.
Articolo a cura di Francesco Avezzano, giornalista pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania, divulgatore scientifico e tecnologico nel settore acquariofilo, fondatore di AquariumClick e Coralia Lab.
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Testo sottoposto a revisione umana e controllo editoriale prima della pubblicazione. Responsabile editoriale Francesco Avezzano, giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Campania. Come utilizzo l'intelligenza artificiale


